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Settembre 05, 2010, 04:17:15 am
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on: Febbraio 17, 2010, 09:27:14 am
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| Started by adry - Ultimo post by BRAND-AID | ||
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guarda il caso BANDAI
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on: Febbraio 12, 2010, 09:10:17 am
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| Started by Luigi70 - Ultimo post by Luigi70 | ||
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E’ on air in questi giorni il nuovo spot di Conto Arancio. Un gruppo di persone, clienti ING, si trova beatamente sospeso da terra su un mega cartellone pubblicitario. Cantano tutta la loro gioia e serenità (finanziaria). C’è anche chi, a metri da terra, legge il giornale.
La gente che passa sotto, sulla strada, rivolge incuriosita lo sguardo verso l’alto. Comincia il dialogo tra chi si trova già in alto (una sorta di beatitudine?) e chi è in basso (in attesa di una sorta di retta via?). Chi siete?, chiedono i passanti. Siamo clienti ING Direct, e anche adesso, in questo preciso momento, stiamo facendo fruttare i nostri soldi grazie al Conto Arancio. Ma quanto costa il servizio? Niente. E i soldi, quando posso prelevarli? Sempre, in ogni momento. Il claim finale sancisce: la nostra migliore pubblicità sono i nostri clienti. Si assiste in pratica ad una forma di metapubblicità, di spirale comunicazionale in cui una forma di pubblicità, classicamente asimmetrica, monodirezionale e di tipo “push” cita e ne rappresenta un’altra, quella più antica e allo stesso tempo giudicata più efficace anche (e soprattutto) nell’attuale contesto competitivo, il passaparola. Lo spot mette in scena, attraverso una rappresentazione spettacolare e iperbolica – come la tipologia di comunicazione richiede – uno scambio di opinioni, pareri e consigli tra persone che potrebbe avvenire, più realisticamente, tra le mura domestiche, in ufficio, al bar, in palestra o durante una passeggiata in centro. I garanti della qualità di un prodotto/servizio non sono più personalità note dello spettacolo o dello sport ma altre persone “ordinarie” come lo siamo noi. La pubblicità televisiva, geneticamente debole per capacità di instaurare un meccanismo che sia realmente dialogico con i propri interlocutori (non per niente ancora identificati come target, obiettivo da colpire, non con il quale costruire una relazione e uno scambio), sembra quasi abdicare e riconoscere che la forma per eccellenza di promozione di un prodotto e più in generale di una reputazione in senso lato sia costituita dal dialogo tra pari. Un episodio di autoreferenzialità pubblicitaria che sembra determinare una nuova, e più sintonizzata con i tempi, gerarchia delle forme di comunicazione commerciale. Al posto del monologo, la relazione. Un ritorno al passato – la “riscoperta” del passaparola – che è al tempo stesso un fine tuning con l’attuale contesto economico e sociale. http://spotwatching.ilcannocchiale.it |
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on: Febbraio 09, 2010, 09:30:49 am
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| Started by admin - Ultimo post by admin | ||
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Abbiamo aperto su Facebook tre ulteriori spazi di dialogo e di scambio di idee, notizie e informazioni fra i numerosi membri della community di Brandforum.it
Vi aspettiamo allora anche su http://www.facebook.com/InternalBranding (dedicato al branding applicato al mondo della comunicazione interna) http://www.facebook.com/Brandforum.it (la fan page del sito) http://www.facebook.com/Brandforum#!/profile.php?id=100000385014616 (la pagina dedicata a tutti gli amici del sito) |
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General Category / General Discussion / Re:Campagna Sky: la città allagata -- che ricorda vagamente Messina???
on: Novembre 25, 2009, 09:00:15 am
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| Started by Cristina83 - Ultimo post by Luigi70 | ||
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Salve a tutti! personalmente sono dell'opinione che un margine di rischio sussista quasi sempre nella formazione dei messaggi pubblicitari, ovvero quello di andare a toccare corde particolarmente sensibili riferite a determinate categorie di persone o circostanze (pensiamo alla campagna di B TOTAL con le persone che sembrano prendere fuoco o alla famosissima quanto inefficace della FIAT STILO (basta...vado con il primo che capita!) o alle iperboliche campagne della Perfetti x "air action Vigorsol" (per non parlare dell'assonanza fonetica con "ERECTION"...forse non del tutto casuale) , è evidente che vada utilizzato sempre il buon senso a prescindere dall'efficacia effettiva del messaggio, non va però dimenticato che il messaggio è indirizzato ad un target e che l'impiego dell'ironia e la sua calibratura seguono anche il posizionamento del prodotto. Il messaggio andrebbe quindi considerato nel suo insieme e non estrapolandone frammenti, ad es. nel caso in questione è vero che ricorre una inondazione, ma è pur vero che si capisce perfettamente che gli spettatori stiano assitendo alle scene del notissimo "Titanic" ...quindi l'inondazione "ci sta tutta" direi, chiara ne è del resto l'allusione ironica, personalmente trovo più "irriverenti" quelle pubblicità dove si sbandiera un diffuso benessere dell'immagine italiana con classica famiglia bon ton e uccellini cinguettanti, quando in Italia ci sono famiglie che non arrivano alla terza settimana del mese e si badi bene, non c'è nè ironia, nè giustificazione di target (spesso sono pubblicità di prodotto di largo consumo del settore alimentare...) Assolutamente d'accordo, in toto. Altro discorso poi è la sfortunata casualità della messa in onda dello spot in (quasi) concomitanza con i fatti tragici della provincia di Messina. Io ammetto di non aver fatto tale collegamento e quindi di non aver provato il conseguente e legittimo fastidio da alcuni manifestato. Ho trovato piuttosto lo spot coerente con la linea stilistica degli spot Sky (l'iperbolizzazione dell'emozione derivante dalla fruizione dei contenuti televisivi), anche se stavolta meno entusiasmante (d'altronde, non si può raggiungere sempre l'eccellenza) ma comunque una spanna sopra rispetto al livello creativo medio della pubblicità italiana. |
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on: Novembre 10, 2009, 12:38:07 pm
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| Started by Gianluca Greco - Ultimo post by Gianluca Greco | ||
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Infatti, distinguerei, anche se l'ho accennato solo nel titolo, fra:
Store: orientato alla vendita Shop: orientato a coltivare la relazione con i clienti. Gli obey obey, come la stessa fiera di Senigaglia di cui sono un grande culture, soprattutto della parte non ufficiale , anche se si tengono periodicamente hanno ancora qualcosa dell'eccezionale per le merci che propongono, cioé sono sempre diverse (almeno in teoria)I mercati rionali al contrario si caratterizzano per una certa sistematicità e affidabilità. Le novità, le specialità stagionali servono solo ad animare un'offerta che vuole essere costante. In questo senso i mercatini rionali sono gli avi della Distribuzione Moderna (per rimanere a Milano: Esselunga) e quindi si muovono in una logica di vendita, per quanto assistita e fondata su un rapporto personale fra cliente e venditore. La marca "pretende" di essere comprata, con buona pace di quanti la assimilano ad un linguaggio. E per questo serve il Retail. grazie g |
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on: Novembre 08, 2009, 11:53:29 pm
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| Started by Gianluca Greco - Ultimo post by Lely | ||
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Sono senz’altro spunti di riflessione molto interessanti su un tema che appare ancora piuttosto vago, per confini (basta una “data di scadenza” per definire un temporary shop?) e modalità espressive (alcuni spazi che si autodefiniscono temporary shop assomigliano a stravaganti parchi giochi, altri ad una versione poco più ordinata di un grande magazzino in tempo di saldi).
Mi trovi pienamente d’accordo con te Gianluca sul fatto che l’eccezionalità sia un tratto distintivo irrinunciabile. Gran parte della loro forza risiede proprio nella sorpresa, nell’esclusività di un’occasione unica e limitata nel tempo che dovrebbe rifuggire ripetitività e ciclicità (anche se già ci sono casi di curiosi appuntamenti, come quello di Nivea che per due anni di seguito ha creato il proprio temporary a Milano in occasione del Salone del Mobile). Effettivamente questa dimensione spettacolare e contemplativa è molto simile- come osservi giustamente- a quella delle Grandi Esposizioni dei primi del Novecento. Tuttavia, mi sembra di vedere all’opera in alcuni temporary store anche alcuni meccanismi tipici del mercato o delle fiere di paese, in cui una forma più o meno articolata di intrattenimento e l’interazione con il proprio pubblico erano elementi fondamentali. Da milanese penso ad esempio ad una fiera storica come quella degli Obei Obei, che incantava i bambini con curiosi marchingegni e al tempo stesso accendeva gli animi delle nonne che, dopo mirabolanti dimostrazioni e qualche discussione, cedevano alla logica dell’”ammirami- conoscimi- provami- comprami”. E se è verissimo che nei temporary store di oggi la funzione commerciale viene posta in secondo piano a favore della costruzione di uno spazio di incontro e dialogo con i propri consumatori, di una messa in scena del mondo valoriale del brand, forse la conclusione è solo rimandata. Perché dopo aver affascinato, divertito, informato, la marca chiede sempre di essere seguita da un’altra parte. Per essere comprata. Cosa ne dici ? |
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on: Novembre 03, 2009, 05:12:08 pm
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| Started by Gianluca Greco - Ultimo post by Gianluca Greco | ||
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Paolo Comini inventore dello sharing retail e del temporary shop in Italia, ha lanciato il 29 Ottobre a Milano, il primo network di temporary shophttp://www.retailforum.it/?p=2792.
In attesa che Assotemporary dia una definizione univoca di cosa è un temporary shop, vorrei confrontarmi su alcune riflessioni suggeritemi da quanto hanno detto i discussant durante l'evento di presentazione. Il temporary shop non vuole essere uno store, un negozio, ma è un tentativo di tornare ad un significato meno connotato commercialmente di shop, nella sua accezione di bottega. Un significato che si conserva nella parola workshop: laboratorio. Dove il produttore più che a vendere mira entrare in contatto diretto con i propri clienti e a interagire con loro per mostrare e illustrare l'intero processo produttivo. Oggi questo modo è privilegio di produzioni di nicchia e dell'artigianato. Con il temporary shop, l'industria cerca di colmare quel gap, di distacco con i propri clienti che prima ha creato e poi è stato riempito dai retailer. In questo senso non condivido la tesi del dott. Cautela che vede nei mercatini rionali un antesignano del temporary shop. Le ragioni sono sostanzialmente due: 1) I mercatini rionali sono temporanei ma si ripetono con una frequenza certa. Il temporary shop si propone come evento eccezionale e unico. Almeno finora è stato così. 2) I mercati rionali sono luoghi di vendita e i commercianti mirano ad un congruo profitto. Il temporary shop invece nascono come elemento di una strategia comunicazione, il cui scopo principale è comunicare ed entrare in contatti con i clienti. L'aspetto commerciale, il vendere e soprattutto la sostenibilità economica non è l'obiettivo primario. Il vendere è demandato soprattutto ad altri luoghi e occasioni. Su questo tema vi rimando a "Oltre lo shopping" http://www.retailforum.it/?p=263 di Gabriele Qualizza, di cui ci siamo occupati tempo fa. Se poi vogliamo trovare un avo illustre ai moderni temporary shop, sarebbe più opportuno rifarsi alle Esposizione Universali, che oggi chiamamo Expo. Di cui già Baudelaire avevo intuito la potenza rivoluzionaria del nostro rapporto con le merci. Con gli Expo iniziava la "liberazione degli oggetti d'uso dalla schiavitù di essere utili" (G. Agamben, Stanze, Einaudi) grazie gianluca greco |
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General Category / General Discussion / Re:Come per magia l'uomo cambia di colore. I paradossi del mondo del branding
on: Novembre 03, 2009, 02:47:38 pm
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| Started by Luigi70 - Ultimo post by BRAND-AID | ||
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bellissimo questo caso riportato, comunque la classica buccia di banana, anni per elevare la brand image, attimi per minarne le basi....occorre cmq considerare che più alto è il "colosso" meno ossigeno circola nei "cervelli" alle alte sfere...classico del delirio di onnipotenza...ma certe cose si possono pagare molto care (teoria del caos..)
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on: Novembre 03, 2009, 02:42:35 pm
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| Started by Luigi70 - Ultimo post by BRAND-AID | ||
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la cosa che trovo deprimente è che il trend pubblicitario intercetta il target che in quanto tale è sempre considerato attraverso la lente di una società maschilista che predilige donne ancora sui gradini bassi, ignorando o forse (peggio) riflettendo la realtà di questo paese arretrato??? Pensare che tempo fa notavo su una rivista specializzata che il premio "Packaging riutilizzabile" era stato assegnato a due designer (Tommaso Ceschi e Francesca Delvigo) per la confezione di Packaging per detersivo “Dumb-bell” (mastro lindo)
Ora, se è vero che la comunicazione di Mastro Lindo si è sempre basata sui concetti di forza e potenza fisica, ben rappresentati dal famoso uomo pelato tutto muscoli, tuttavia con questo packaging dalla forma di manubrio che può venir riempito di sabbia o acqua e trasformarsi in un pratico peso da fitness, mi sembra si sia andati oltre la decenza, a quanto pare inoltre un semplice e divertente libricino contenuto nel tappo aiuta a svolgere nella maniera corretta i classici esercizi che si fanno con un peso (naturalmente però il messaggio è indirizzato alle donne!! )....quindi le donne ora non solo dovranno attendere ai mestieri di casa ma si dovranno tenere anche i bicipiti in forma per restare attraenti forse??? no comment Forse le donne italiane dovrebbero organizzarsi in lobby ed intervenire o far sentire la propria voce quando occorre. |
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on: Novembre 03, 2009, 02:22:30 pm
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| Started by pincopallino - Ultimo post by BRAND-AID | ||
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è perfetto per un brand di salumi
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