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La Csr di domani? Sarà #dalbasso.

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Andrea Di Turi, giornalista e blogger, per gentile concessione ETicaNews
info@brandforum.it

Si ringrazia Luca Testoni, Direttore di ETicaNews, per la gentile concessione alla ripubblicazione del pezzo.

 

Il Salone della Csr e dell’Innovazione sociale si è concluso, viva il Salone! Sì, perché è stata una full immersion affollata (al termine, sono state registrate 4.000 presenze), specie di giovani studenti, colorata e vivace. Costellata di incontri, riflessioni, spunti, idee, parole. E, soprattutto, di intuizioni su quello che la Csr potrebbe diventare in futuro ibridandosi (termine molto di moda, forse perché molto azzeccato) con il mondo dell’economia collaborativa o sharing economy, e con quello dell’innovazione e delle imprese sociali.

 

Nessuno può ovviamente sapere che sarà della Csr da qui a dieci, cinque o forse anche solo tre anni. Allo stesso tempo nessuno può ragionevolmente credere che tutto quello che è stato finora, criticabile o criticato che sia, svanisca tutto d’un tratto. Per cui si tratterà di vedere, appunto, quali incroci o meticciati o fusioni di concetti-pratiche-esperienze avverranno e soprattutto quali prevarranno nel tempo, finendo per imporsi come nuovi standard o nuovi paradigmi.

 

In questo senso, il Salone è stato un luogo di confronto importante, per non dire unico oggi in Italia. A chi ha avuto la possibilità, nei due giorni della manifestazione, di passare del tempo nelle aule dell’Università Bocconi, magari saltellando tra un dibattito e l’altro, tra un incontro veloce al bar e una presentazione di un libro, il Salone ha fornito una quantità di indicazioni, da lasciare a una riflessione che le sappia far sedimentare prima e razionalizzare poi.

 

I dati presentati già nella plenaria della prima giornata, ad esempio, hanno offerto un quadro su cui vale la pena di soffermarsi. Sono infatti sempre di più gli italiani che hanno sentito parlare, sperimentato o vorrebbero provare nuovi stili di vita o di consumo basati su processi collaborativi e di condivisione: gruppi di acquisto solidale, car e bike sharing, acquisti a chilometro zero o di prodotti sfusi, banche del tempo, co-working, crowdsourcing, orti urbani. Da sperimentare anche gli investimenti etici, che sono risultati nella media quanto a conoscenza diffusa ma piuttosto bassi quanto a pratica effettiva (da tenere presente in vista della 3° edizione della Sri week italiana).

 

Altra indicazione piuttosto chiara è che cresce l’attenzione dei più giovani verso forme di lavoro che diano non solo una gratificazione economica, o quanto meno permettano di vivere, ma anche o forse soprattutto una risposta di senso. L’ha dimostrato il concorso “Dai un senso al tuo profitto”, la cui premiazione ha sostanzialmente chiuso il Salone, dove una decina di progetti ad alto tasso d’impatto sociale si sono sfidati in finale a colpi di slide, numeri, metodologie e previsioni d’impatto.

 

C’è chi ha preso a chiamare questi giovani (con intuizione particolarmente felice, va riconosciuto) “nativi della Csr”, ma si potrebbe anche chiamarli “nativi della sharing economy”, o più in generale “nativi della sostenibilità”: si vuol significare che questi giovani, di età intorno ai 18-23 anni o giù di lì, portano dentro certe istanze, in merito al lavoro che si aspettano e al modo in cui intendono il consumo e il proprio stile di vita, che le generazioni precedenti non possedevano. Forse perché i giovani di prima non ne avevano bisogno mentre quelli di oggi sono anche “nativi della crisi”, cioè sono diventati adulti in questi ormai sette anni e passa di crisi e sembrano aver metabolizzato la necessità di trovare delle risposte. Piene di senso, appunto. Come del resto ha messo in evidenza il sondaggio “studenti sostenibili” presentato nel convegno organizzato da ETicaNews. Francesco Morace ha detto che bisogna essere prima di tutto sharing nella testa, poi trasferirlo sul lavoro o comunque nel modo di vivere: beh, l’impressione è che questi ragazzi lo siano.

 

Ecco, tra questi due momenti, una sorta di alfa e omega del Salone, sono state molteplici le occasioni di discussione sulla Csr che verrà o che già sta prendendo forma. In molti, ad esempio, hanno riportato il loro pensiero o anche semplicemente le suggestioni che intendevano offrire al pubblico nella mappa mentale, una delle novità più simpatiche dell’edizione di quest’anno, portata al Salone dai ragazzi di Zeranta. Tanti anche quelli che hanno affollato l’appuntamento che cercava di spiegare come si diventa Csr manager, quali sono le competenze necessarie e i percorsi per costruirsele o rafforzarle. Perché sarà vero che il termine Csr sta un po’ invecchiando in termini di appeal, ma a oggi l’espressione più utilizzata per indicare chi in azienda presidia queste tematiche è ancora Csr manager (e ci sarà un perché) e questa è la prima figura cui si pensa quando si riflette sulle potenzialità della Csr in termini di creazione di occupazione: lo stesso Tito Boeri ha detto che sì, la Csr può creare lavoro e che l’offerta formativa delle università in questo campo deve migliorare. E non poco.

 

Si è recuperato, ancora, il valore di concetti che sembrano antichi, come quello della mutualità, e che invece mai come ora, per via della crisi, sono ritornati prepotentemente alla ribalta e sembrano per giunta esprimere una grande capacità di futuro. Si è parlato di quali aree di sovrapposizione vi possono essere tra l’essere “slow” (per un brand, un’azienda, uno stile di vita) e l’essere responsabile o sostenibile, dell’importanza del rating di legalità e di come il racconto della Csr (pardon, storytelling) non possa più basarsi solo sui bilanci sociali, ma abbia bisogno di altro, specie di una narrazione sui social media, cioè nei luoghi dove oggi l’informazione a volte addirittura si crea, ma senz’altro si propaga. E, a proposito di storie, Marcello Colla di Etica Sgr ha sottolineato quanto sia fondamentale, per la sgr del Gruppo Banca Etica oggi leader nel mercato retail dell’investimento Sri in Italia, avere una storia alle spalle lunga ormai dodici anni: è questo che permette di sensibilizzare le persone comuni, non solo quelle già attente, sull’importanza di un modo di investire eticamente orientato.

 

A ben vedere, forse l’unica certezza che oggi si può avere su quale forma prenderà l’edificio della Csr, che allo stato dell’arte ha le fattezze più che altro di un grande cantiere, potrebbe essere questa: se finora la Csr è stata soprattutto promossa dalle aziende, quali prima e quali dopo, quelle più illuminate e piene di best practice e quelle che lo hanno fatto soprattutto per immagine, le multinazionali ricche di risorse e le Pmi, d’ora in poi probabilmente non sarà più così. La Csr probabilmente è destinata a essere sempre più un processo con tanti protagonisti, una sorta di orchestra con molte voci e tutte importanti, con forti spinte partecipative dall’esterno e dall’interno delle aziende, la voglia di sperimentare nuovi percorsi, la necessità di costruire reti allargate di soggetti diversi (imprese, non profit, istituzioni, comunità) per fare realmente della Csr un fattore di sistema.

 

Si tratta solo di vedere chi riuscirà a fare da direttore d’orchestra. Un’ipotesi? Chi riceverà più “like”. Nel senso: chi dal basso e in modo partecipato sarà giudicato più autorevole a fare da guida. Nell’interesse di tutti o, se si vuole, in un’ottica di bene comune.

 

Andrea Di Turi,  giornalista e blogger, @andytuit

 

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